Storia della pagella: sai che bisognava pagare per averla?

Segnatevi questo nome: Giuseppe Benedetto Augusto Giovanni Antonio Michele Adamo Davide d’Asburgo-Lorena, meglio conosciuto come Giuseppe II. Si deve a lui, imperatore d’Austria (Vienna, 13 marzo 1741 – Vienna, 20 febbraio 1790) l’invenzione della pagella scolastica che tra qualche giorno vi verrà consegnata. Incrociamo le dita. Ecco la storia della pagella.

L’invenzione in Austria

Chiariamo subito che sull’origine della parola non ci sono dubbi e non ha nulla di austriaco: deriva dal latino pagellam, un diminutivo di pagina. Quindi letteralmente significa una piccola pagina, una paginetta, praticamente un foglietto. Ma torniamo a Giuseppe II d’Austria: fu lui il 17 settembre 1783 a firmare una legge che impone in tutto l’impero di ufficializzare il livello di apprendimento raggiunto dai bambini della scuola elementare introducendo un «certificato scolastico». Venne anche stabilito il tedesco come lingua ufficiale della scuola e attraverso questo certificato s’imponeva agli insegnanti di mettere nero su bianco le capacità di lettura e scrittura raggiunte dagli alunni.

L’arrivo in Italia

In Italia frammentata e divisa in tanti piccoli stati, ma soprattutto contadina e analfabeta, bisognerà aspettare l’Unità d’Italia nel 1861, quasi un secolo dopo, perché appaia qualcosa di simile ad una pagella, una sorta di certificato consegnato al termine dei sei anni previsti per il primo livello di istruzione. Niente voti ma solo un giudizio sintetico e spesso sbrigativo sulle competenze degli alunni. Ma si parla ancora solo di attestati di promozione e frequenza e non di pagella.

La lenta scolarizzazione

Nel 1861, l’Italia contava una media del 78% di analfabeti (quindi quasi 8 persone su 10 non sapevano scrivere e leggere) con punte del 91% in Sardegna e del 90% in Calabria e Sicilia, e valori minimi del 57% in Piemonte e del 60% in Lombardia. Intorno al 1850 le percentuali di analfabeti in Europa erano molto più basse in alcuni Paesi e addirittura più alte in altri: 10% in Svezia, 20% in Prussia e Scozia, 75% in Spagna e 90% in Russia. Grazie alla Legge Daneo-Credaro del 1911, che puntava all’obbligo scolastico e al potenziamento dell’istruzione per combattere l’analfabetismo, nel decennio successivo al 1911 l’analfabetismo era sceso al 27,3%. Era aumentata la presenza nelle scuole: 30% nelle elementari, 45% nel liceo classico, 80% nelle scuole e negli istituti tecnici. All’università si era passati da circa 27.800 iscritti a poco più di 49.000.

Pagella a pagamento

La pagella venne introdotta ufficialmente in tutte le scuole italiane con un unico modello, solo in epoca fascista, con il regio decreto del 20 giugno 1926. Non veniva però data gratuitamente dalla scuola, che si limitava a compilarla, toccava alla famiglia andare ad acquistarla dal tabaccaio. Costava cinque lire (circa tre euro di oggi) e moltissime famiglie povere non la potevano comprare e, quindi, nel 1929 pagamento della pagella venne abolito.

L’epoca fascista

Divenuta gratuita la pagella si trasformò in uno strumento di propaganda del regime fascista. A partire dagli esemplari dell’anno scolastico 1936/37 le copertine riportavano i simboli della Gioventù italiana del littorio e del Partito nazionale fascista accompagnati da immagini inneggianti al duce. C’erano anche una grande M di Benito Mussolini con un moschetto al fianco di un libro, per non dimenticare il motto “Libro e moschetto, fascista perfetto”. Sul retro, l’anno dell’”era fascista” affiancava la data.

La fascistizzazione della pagella si completò nel 1939, con la carta della scuola: ogni esemplare doveva riportare il numero di iscrizione (obbligatorio) all’organizzazione giovanile del partito.

Tra le materie lavori donneschi

Realizzata con cartoncino grigio, all’interno aveva l’indicazione della classe e le caselle delle materie, con gli spazi in bianco per il voto. Si valutavano Storia e cultura fascista, Lettura espressiva e recitazione, e Lavori donneschi e manuali. Col tempo il calendario fascista sostituì del tutto la data tradizionale mentre scomparve la parola “Italia”, rimpiazzata da vari motti attribuiti al duce. Per quanto riguarda i giudizi, si andava (alle elementari) da Ottimo a non Sufficiente, fino al raro e temutissimo Inclassificabile.

Arrivano i voti da 0 a 10

Con la fine del secondo conflitto mondiale la pagella, come tutta l’Italia, cambiò. Nel 1946 la pagella divenne uguale per tutti, dalle elementari alle superiori. Era di nuovo a pagamento: 10 lire di cui 5.95 trattenute per i patronati scolastici (che si occupavano degli alunni bisognosi). Nell’anno scolastico 1947/48 fecero il loro esordio sulle pagelle la Repubblica Italiana e il ministero della Pubblica Istruzione.

Dalla disciplina al comportamento

Da colorata e illustrata com’era stata in alcuni anni scolastici del Ventennio fascista divenne azzurra o verde e i voti (dal 10 in giù) sostituirono i giudizi. Una circolare ministeriale del 1952 stabilì un rincaro: 25 lire per una pagella (circa 50 centesimi di euro di oggi). Sette anni dopo la Disciplina fu ribattezzata «Comportamento», ma la pagella continuò a pesare sul portafoglio delle famiglie, venduta dai patronati. Solo del 1963 tornò a essere gratuita. Il dominio dei voti alle elementari durò fino agli Anni 70, poi si passò ai giudizi e dopo ancora ai voti….

Voti o giudizi? Tutta Europa si interroga

Inutile cercare una regola: in Italia i voti si sono sempre alternati ai giudizi, con formule sintetiche da ottimo, distinto e buono, fino a non sufficiente, si sono sempre alternati. I ripensamenti sulla pagella hanno accompagnato la storia della scuola. Comunque la legge 169 del 30 ottobre 2008 (quella oggi in vigore) ha segnato il grande ritorno della vecchia pagella e dei voti (5 in condotta compreso) anche alle elementari.

E all’estero?

E all’estero cosa succede? In Germania si usano giudizi da Molto buono a Gravemente insufficiente. In Francia, invece, prevalgono i numeri, ma accompagnati da un giudizio dettagliato, mentre in Spagna i risultati sono espressi sia con giudizi che con voti da 0 a 10. In Ungheria al contrario si va dall’1 (eccellente) al 5 (insufficiente), mentre nei Paesi anglosassoni i voti vanno da A (eccellente) a E (insufficiente). Il record della complessità spetta alla Danimarca. Qui, fino al termine del ciclo dell’obbligo, i voti sono attribuiti su questa scala: 7 (eccellente), 4 (molto buono), 2 (decoroso), 72 al limite (dell’insufficienza), 00 (insufficiente) e 3 (inaccettabile). Mentre gli studenti delle superiori ricevono voti da 0 a 13.

La pagella elettronica

Oggi in Italia la pagella, così come il registro che riporta assenze, note e interrogazioni, arriva alle famiglie tramite la rete Internet. L’elettronica non cambia però la sostanza. La pagella è uno strumento di valutazione della preparazione degli alunni, il modo con cui si cerca di dare una misura al crescere delle loro competenze. Di fatto è la semplificazione di un giudizio molto complesso e quindi, voti o giudizi, approssimativo. Serve la pagella? Lasciamo la risposta a don Lorenzo Milani che, in Lettera a una professoressa, invita a non sottovalutare la complessità:

«Il voto è discriminante perché è ingiusto fare parti uguali tra disuguali. Il voto monopolizza l’attenzione e l’interesse degli studenti facendoli studiare solo per la valutazione, in una situazione di ansia e competizione».

Comunque sia l’importante resta sempre studiare.


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