Sepúlveda, lo scrittore che a 13 anni voleva fare il calciatore

Sepùlveda
È morto per coronavirus lo scrittore cileno
Luis Sepúlveda. Era ricoverato da fine febbraio
in ospedale a Oviedo dopo aver contratto il virus.
Aveva 70 anni. Aveva scritto bellissime storie
per ragazzi...

Chi è Sepúlveda

Cresciuto in un quartiere proletario di Santiago del Cile a 13 anni sognava di diventare un calciatore. Ma l’incontro con Gloria, «’la ragazza più bella del mondo» lo fa andare in un’altra direzione: dal pallone alla poesia!  La  cosa che lei amava di più. Il potere dell’amore…

Cominciò a divorare libri,  Garcia Lorca, Antonio Machado e Gabriela Mistral, prima donna latinoamericana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1945. Durante la presidenza di Salvador Allende si era iscritto al Partito Socialista ed era entrato a far parte della guardia personale del Presidente cileno.

Arrestato nel 1973 dopo il colpo di stato con cui si era instaurata la dittatura di Pinochet, era stato liberato sette mesi dopo per le pressioni di Amnesty International ma, un nuovo arresto lo aveva condannato all’esilio. Nel 1979 in Nicaragua si era unito alle Brigate Internazionali Simon Bolivar. In Europa si era stabilito dopo la fine della rivoluzione, prima ad Amburgo e poi in Francia.

Le storie per ragazzi

Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è «La fine della storia» e l’ultima favola «Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa». A scrivere favole aveva cominciato nel 1997 con «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare» e dopo  Storia di un topo e del gatto che diventò suo amico, Storia di una  lumaca che scoprì l’importanza della lentezza e l’ultimo, Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà.

“Delle mie favole sono sempre protagonisti animali e questo, come accadeva in quelle antiche, ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio”

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Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare
  • Qui sotto  un brano tratto da «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare»

Introduzione 

«Banco di aringhe a sinistra!» annunciò il gabbiano di vedetta. Lo stormo del Faro della Sabbia Rossa accolse la notizia con strida di sollievo. Da sei ore volavano senza interruzione, sentivano il bisogno di rimettersi in forze e cosa c’era di meglio per questo di una buona scorpacciata di aringhe?
Lo stormo di gabbiani imboccò una corrente d’aria fredda e si lanciò in picchiata sul banco di aringhe. Centoventi corpi bucarono l’acqua come frecce e, quando risalirono a galla, ogni gabbiano stringeva un pesce nel becco.
Aringhe saporite. Saporite e grasse. Proprio quello di cui avevano bisogno per recuperare energie
prima di riprendere il volo.
Quando tutti i gabbiani avessero sorvolato la Biscaglia, sarebbe potuto iniziare il grande convegno dei gabbiani del mar Baltico, del mare del Nord e dell’Atlantico.Sarebbe stato un bell’incontro.

Kengah

A questo pensava la gabbiana Kengah: le femmine avrebbero deposto le uova, le avrebbero covate al sicuro da qualsiasi minaccia e, quando ai piccoli fossero spuntate le prime penne robuste, sarebbe arrivata la parte più bella del viaggio: insegnare loro a volare nel cielo di Biscaglia.
Kengah infilò la testa sott’acqua per acchiappare un’aringa, e così non sentì il grido d’allarme che fece tremare l’aria: «Pericolo a dritta! Decollo d’emergenza!»
Quando Kengah tirò di nuovo fuori la testa, si ritrovò sola nell’immensità dell’oceano. Aprì le ali per spiccare il volo, ma l’onda densa fu più rapida e la sommerse completamente. Quando tornò a galla, la luce del giorno era scomparsa e, dopo aver scosso il capo con energia, capì che il petrolio le stava oscurando la vista.
Con tutti i muscoli tormentati dai crampi per lo sforzo, raggiunse finalmente il limite della macchia di petrolio e sentì il fresco contatto dell’acqua pulita.
Guardò il cielo, ma i suoi compagni non l’avevano aspettata. Non per cattiveria, ma perché questa era la loro legge.
Quel dannato petrolio le incollava le piume della coda, ma con grande sforzo Kengah riuscì a spiccare il volo lo stesso. Per fortuna era una gabbiana giovane e forte …
Volò a fatica verso l’entroterra. Il movimento delle sue ali si faceva sempre più lento e pesante.
Perdeva vigore. Adesso non volava più così in alto. Vide che stava sorvolando un’alta torre ornata da una banderuola d’oro «San Michele!» stridette riconoscendo il campanile della chiesa di Amburgo e le sue ali si rifiutarono di continuare a volare.

Zorba e Kengah

Intanto un gatto nero grande e grosso prendeva il sole sul balcone, facendo le fusa. “Mi dispiace molto lasciarti solo” disse il suo padroncino accarezzandogli il dorso, ma devo andare in vacanza con mamma e papà.
Il gatto nero, che si chiamava Zorba, sentì chiudere la porta a doppia mandata e corse al balcone, per vedere la sua famiglia adottiva prima che salisse in auto. Lui voleva molto bene a quel bambino, che lo aveva salvato da piccolo, quando era solo un batuffolino di pelo nero.
Nel preciso istante in cui si girava pigramente per farsi scaldare la schiena dal sole, Zorba sentì il sibilo provocato da un oggetto volante e la gabbiana cadde sul balcone.
Era un uccello molto sporco. Aveva tutto il corpo impregnato di una sostanza scura e puzzolente.
Zorba si avvicinò e la gabbiana tentò di alzarsi trascinando le ali.
«Non è stato un atterraggio molto elegante» (miagolò)
«Mi dispiace. Non ho potuto evitarlo» (ammise la gabbiana)
«Senti, sembri ridotta malissimo. Cos’è quella roba che hai addosso? E come puzzi!» (miagolò
Zorba)
«Sono stata raggiunta da un’onda nera. Dalla peste nera. La maledizione dei mari. Morirò»
(stridette accorata la gabbiana)
Vincendo la ripugnanza, il gatto le leccò la testa. La sostanza di cui era coperta aveva anche un
sapore orribile.
«Senti, amica, io voglio aiutarti, ma non so come. » (miagolò Zorba)

Le tre promesse 

«Voglio deporre un uovo. Con le ultime forze che mi restano voglio deporre un uovo. Amico gatto, ti chiedo di farmi tre promesse. Mi accontenterai?»
«Ti prometto tutto quello che vuoi» (miagolò impietosito)
«Promettimi che non ti mangerai l’uovo» (stridette aprendo gli occhi)
«Prometto che non mi mangerò l’uovo» (ripeté Zorba)
«Promettimi che ne avrai cura finché non sarà nato il piccolo» (stridette sollevando il capo)
«Prometto che avrò cura dell’uovo finché non sarà nato il piccolo».
«E promettimi che gli insegnerai a volare» (stridette guardando fisso negli occhi il gatto)
Allora Zorba si rese conto che quella sfortunata gabbiana non solo delirava, ma era completamente pazza.
«Prometto che gli insegnerò a volare. E ora riposa, io vado in cerca di aiuto» (miagolò Zorba
balzando direttamente sul tetto).

L’uovo 

Kengah guardò il cielo, ringraziò tutti i buoni venti che l’avevano accompagnata e, proprio mentre esalava l’ultimo respiro, un ovetto azzurro rotolò accanto al suo corpo impregnato di petrolio.
Zorba andò dai suoi amici gatti e riferì rapidamente il movimentato arrivo della gabbiana, le sue penose condizioni, e le promesse che si era visto costretto a farle. Bisogna aiutare quella povera gabbiana».
«Sì, ma come?» miagolò Zorba.
«La cosa migliore è pulire le piume della gabbiana con un panno bagnato di benzina» disse Colonnello
I gatti balzarono dal tetto sul balcone e capirono immediatamente di essere arrivati troppo tardi.
Poterono solo osservare con rispetto il corpo senza vita di Kengah.
«L’uovo! E riuscita a deporre l’uovo!» esclamò Zorba.
«Che farò con l’uovo?!» si chiese Zorba sempre più angosciato.
«Io non so prendermi cura di un uovo! Non mi era mai stato affidato un uovo prima d’ora!» miagolò disperato.
«Calore, calore corporeo, molto calore corporeo» spiegò Diderot.
«Ossia bisogna sdraiarsi sull’uovo, ma senza romperlo» consigliò Colonnello.
Zorba si sdraiò e si avvicinò l’uovo alla pancia. Si sentiva ridicolo.
Ma una promessa è una promessa, e così, al tepore dei raggi del sole, si addormentò con l’uovo azzurro ben stretto contro il suo ventre nero.

Il pulcino

Per molti giorni il gatto nero rimase sdraiato accanto all’uovo, proteggendolo.
La sera del ventesimo giorno Zorba si svegliò con un solletichino alla pancia. Aprì gli occhi e prese l’uovo fra le zampe anteriori e così vide il pulcino che usciva dall’uovo.
«Mamma!» stridette il piccolo gabbiano.
Zorba non seppe cosa rispondere. Sapeva che la sua pelliccia era nera, ma pensò che l’emozione e il rossore dovevano averlo trasformato in un gatto viola.
«Mamma! Mamma! Ho fame! »
In preda alla disperazione, ricordò che il pulcino era un uccello e che gli uccelli mangiano gli insetti.
Uscì sul balcone, diede la caccia alle mosche, ne catturò una e la consegnò all’affamato.
Il piccolo prese la mosca nel becco, lo strinse, e chiudendo gli occhi la ingoiò.
«Buona pappa! Ancora, mamma, ancora!» stridette con entusiasmo. Zorba catturò un’altra mosca e gliela diede.
Il pulcino, soddisfatto, fece un ruttino, e si rannicchiò stretto stretto al ventre di Zorba.
«Ho sonno, mamma» stridette.
«Senti, mi dispiace, ma io non sono la tua mamma» miagolò Zorba.
«Certo che sei la mia mamma. E sei una mamma molto buona» rispose chiudendo gli occhi.

Gli amici gatti 

Quando arrivarono gli amici gatti trovarono il piccolo addormentato accanto a Zorba.
«Congratulazioni! E’ un bellissimo pulcino» disse Colonnello .
«Mamma, chi sono questi?» stridette il piccolo indicando i gatti.
«Mamma! Ti ha chiamato mamma! Ma è terribilmente tenero!» esclamò Diderot.
«Bene, hai tenuto fede alla prima promessa e stai mantenendo la seconda, ti resta solo la terza» dichiarò Diderot.
«Eh! Insegnargli a volare!» miagolò Zorba.
«Visto che la pulcina ha avuto la fortuna di cadere sotto la nostra protezione» miagolò Diderot.
«Io propongo di chiamarla Fortunata» miagolò Colonnello.
«Ti salutiamo, Fortunata, amica dei gatti! Urrà! Urrà! Urrà!».

Chi  è Fortunata?

Fortunata crebbe in fretta, circondata dall’affetto dei gatti.
Diderot sfogliava libri su libri cercando un metodo con cui Zorba potesse insegnarle a volare.
«E perché devo volare?» strideva Fortunata con le ali ben strette al corpo.
«Perché sei una gabbiana e i gabbiani volano» rispondeva Diderot. «Mi sembra terribile, terribile! che tu non lo sappia».
«Ma io non voglio volare. Non voglio nemmeno essere un gabbiano» replicava Fortunata. «Voglio essere un gatto e i gatti non volano».
Zorba le disse: «Sei una gabbiana. Ti vogliamo tutti bene proprio per questo. Ci fa piacere, ci lusinga, che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall’uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia. E’ bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare e ad amare un essere diverso da noi, ma tu devi seguire il tuo destino di gabbiana: devi volare».
«Volare mi fa paura» stridette Fortunata alzandosi.
«Quando succederà, io sarò accanto a te» miagolò Zorba leccandole la testa. «L’ho promesso a tua madre».
La gabbianella e il gatto nero si abbracciarono e lei gli copriva il dorso con una delle sue ali tese.
«Adesso vuoi volare, signorina?» indagò Zorba.
«Sì! Per favore, insegnatemi a volare».

Volare sembra impossibile 

«Pronta al decollo!» miagolò Diderot.
«Pronta al decollo!» annunciò Fortunata.
Fortunata batté le ali, ritrasse le zampe, si innalzò di un paio di centimetri e subito ricadde come un sacco di patate.
Con un balzo i gatti corsero da lei. La trovarono con gli occhi pieni di lacrime.
«Sono una buona a nulla! Sono una buona a nulla!» ripeteva sconsolata.
«Non si vola mai al primo tentativo, ma ci riuscirai. Te lo prometto» miagolò Zorba leccandole la testa.
«Riconosciamo che non siamo capaci di insegnarle a volare e che dobbiamo chiedere aiuto agli umani» suggerì Zorba.
Non fu facile decidere con quale umano avrebbe miagolato Zorba. I gatti fecero una lista di quelli che conoscevano, ma li scartarono tutti uno dopo l’altro. Poi a Zorba venne un’idea.
«C’è un umano … E’ un umano strano, ma mi ispira fiducia, è un poeta».
«E cosa ti fa pensare che quell’umano conosca il volo?» volle sapere la Colonnello.
«Forse non sa volare con ali d’uccello, ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole»
rispose Zorba e prese la via dei tetti fino alla terrazza dell’umano prescelto.

Il poeta

«Ho bisogno di te» disse Zorba al poeta.
L’umano aprì la bocca, si tirò un ceffone e appoggiò la schiena alla parete.
«Pa… pa… parli» esclamò l’umano.
«Non parlo, miagolo, ma nella tua lingua» assicurò Zorba. «Fra molti umani, noi gatti del porto
abbiamo scelto te per confidarti un grande problema, perché tu possa aiutarci ».
«Miagola, gatto» disse l’umano, e Zorba gli riferì la storia della gabbiana, dell’uovo, di Fortunata, e degli infruttuosi sforzi dei gatti per insegnarle a volare.
«Puoi aiutarci?» domandò Zorba dopo aver concluso il suo racconto.
«Credo di sì. E questa notte stessa» rispose l’umano.
«Questa notte stessa? Ne sei sicuro?» chiese conferma Zorba.
«Guarda fuori dalla finestra, gatto. Guarda il cielo. Cosa vedi?» lo esortò l’umano.
«Nuvole. Nuvole nere. Si avvicina un temporale e molto presto pioverà» Osservò Zorba.
«Ecco perché» disse l’umano «E ci sarà un gran vento che aiuterà a volare»
Si dettero appuntamento a mezzanotte davanti alla torre.

Il volo

Una pioggia fitta cadeva su Amburgo. “Venite qua tutti e due” disse l’umano prendendo in braccio Zorba e Fortunata e iniziò a salire una scala a chiocciola che sembrava interminabile.
«Ho paura» stridette Fortunata.
«Ma vuoi volare, vero?» miagolò Zorba.
«Ho paura! Mamma!» stridette Fortunata. Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. L’umano prese la gabbiana tra le mani.
«No! Ho paura! Zorba! Zorba!» stridette Fortunata beccando le mani dell’umano.
«Aspetta. Posala sulla balaustra» miagolò Zorba.
«Non avevo intenzione di buttarla giù» disse l’umano.
«Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole. Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba.
La gabbianella spiegò le ali. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.
«La pioggia. L’acqua. Mi piace!» stridette.
«Ora volerai» miagolò Zorba.
«Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono» stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della  balaustra.
«Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo» miagolò Zorba.
«Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti» stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra.
«Vola!» miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.
Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo, tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
«Volo! Zorba! So volare!» strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
«Bene, gatto. Ci siamo riusciti» disse sospirando.
«Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano.
«Che vola solo chi osa farlo» miagolò Zorba.
«Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù» lo salutò l’umano.
Zorba rimase a contemplare la gabbianella finché non seppe più se era pioggia o se erano lacrime le gocce che annebbiavano i suoi occhi gialli di gatto nero.

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