Reportage – Ecco cosa ho visto a Genova durante l’alluvione

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di Carlo Piano

GENOVA – E’ ancora emergenza maltempo. Genova, Carrara, Milano. Bombe d’acqua, nubifragi e alluvioni. Vi riproponiamo il racconto di chi ha vissuto l’alluvione di Genova in prima persona. Se guardate la data scoprirete che risale a tre anni fa. Eppure a rileggerlo ancora oggi pare che niente sia cambiato…

Che cosa è successo a Genova. lI Bisagno è un torrente che divide il Levante di Genova da Ponente. All’altezza della stazione di Brignole le sue acque sono state interrate. Qui si crea un “tappo” che impedisce al torrente di proseguire in sicurezza la sua corsa verso il mare. In caso di piogge eccezionali (come quelle di questi giorni) questa strozzatura blocca l’acqua del torrente che si ingrossa sempre di più finchè non riesce più a defluire. A questo punto il rio Fereggiano – un affluente del Bisagno – si trova a sua volta senza via di sbocco: si gonfia, esce dagli argini e travolge tutto.

“È andata così”, ha spiegato il professore Alfonso Bellini, il geologo incaricato dalla Procura di cercare le cause del nuovo disastro, ed ha aggiunto: “E’ un’eterna spada di Damocle sulle nostre teste”.

L’alluvione del 1970. Nell’ottobre 1970 il Bisagno era uscito dagli argini al ponte ferroviario, strozzato da quell’imbuto che può sopportare 500 metri cubi di acqua al secondo e non certo i 1.200 trascinati in quell’occasione dalla piena. L’acqua si portò via la vita di 24 persone e sommerse Genova.

L’interratura del torrente è un “problema” su cui le amministrazioni di Genova discutono da 41 anni! Era stata progettata nel 1928 e realizzata in 10 anni: sull’alveo del fiume largo 90 metri viene costruita una strada che nel 1945 diventa l’attuale viale Brigate partigiane costruendo tutto attorno palazzi e riducendo lo spazio del torrente, diventato ormai sottorreneo, ad appena 30 metri.

Ecco il racconto di chi ha vissuto in prima persona quei terribili momenti…

GENOVA – Sembra impossibile. Anche nel frastuono delle sirene che squarciano il silenzio irreale di Genova, anche se abbiamo davanti i lampeggianti, le idrovore e le ambulanze cariche di feriti sembra impossibile crederci: l’acqua è tornata a ribellarsi. E’ corsa giù dai monti, è scesa sui tetti  d’ardesia grigia senza pietà.
La natura ha deciso di ricordarci che è lei la più forte. Innocui torrentelli dove di solito fanno il bidet i gabbiani, sono stati trasformati in onde limacciose e inarrestabili. Gonfie di legna, di detriti e tanta terra. Uno di questi ruscelli si chiama Rio Ferreggiano. Se lo vedevi prima delle piogge ti saresti fatto una risata: quel rigagnolo lì? E che vuoi possa mai fare? Ebbene il rio si è trasformato in un mostro. Ha rincorso tre donne e due bambine. Loro sono riuscite a infilarsi nell’androne di un palazzo. In una sorta di assurda dimostrazione di forza il Ferreggiano è entrato anche lì dentro e le ha uccise.
Anche a Brignole, dove il Bisagno è stato imprigionato sottoterra dalla fame di palazzi e strade, lo tsunami è venuto dai monti. Da quelle montagne che cingono Genova e che nei secoli tante volta l’hanno salvata dagli invasori. Ma questa volta le cose sono andate diversamente, i barbari erano gocce ghiacciate venuti dal cielo. L’acqua marrone ha travolto tutto e tutti senza fare distinzioni tra cose o persone.

Eppure il sindaco Marta Vincenzi aveva chiuso le scuole per precauzione. Si sapeva che sarebbe piovuto tanto, ma nessuno sospettava che la natura volesse prendersi una rivincita così crudele. Le locandine fradice e sporche di bratta del Secolo XIX che si incontrano rovesciate in giro, ora suonano come un oscuro presagio: «Allarme alluvione, scuole chiuse e paura». Non era neanche tanto oscuro, è che noi giornalisti ogni tanto le spariamo grosse e allora nessuno ci crede più. L’ha detto il sindaco: «Ci hanno accusato di aver fatto terrorismo, purtroppo ne abbiamo fatto troppo poco».

Via Venti Settembre, che è la strada buona, quella dello shopping per chi ancora qualche soldo ce l’ha, era un acquitrino putrido e infestato dalle carcasse degli scooter. Bisognava vederle le facce della gente di Genova, che come dice il cantautore Paolo Conte sarà anche un po’ selvatica, ma ieri quei visi erano soprattutto terrei. Gli occhi persi sull’acqua ovunque li giravi, l’acqua che riempiva i sottopassi, l’acqua che scendeva come una cascata dal monumento a Cristoforo Colombo in piazza Principe. Gli sguardi sembravano cercare un appiglio, un approdo sicuro e asciutto.

Anche noi lo abbiamo cercato un appiglio di speranza, senza trovarlo subito. Poi però abbiamo scorto  un uomo nei giardinetti della stazione di Brignole, in una mano teneva lo scheletro di un ombrello scarnificato dalle raffiche di vento e con l’altro braccio stringeva la figlia. Come per proteggerla dalla rabbia che la natura stava vomitando su Genova, ma forse la cingeva dalla testa solo per non farle vedere. Cercava di risparmiarle uno spettacolo che lascia in fondo allo stomaco ferite indelebili.
Ed era soprattutto il silenzio della gente di Genova a colpire duro nel petto. Qui la gente parla poco anche quando va tutto bene, ma davanti a quell’acqua erano svanite le ultime parole. Inghiottite dai pensieri, affondate forse nella disperazione. Tutti stipati davanti alle tv accese nei bar, ad ascoltare il sindaco Vincenzi costretta a fare il punto della situazione. Ma anche lei aveva lo stesso sguardo perso, anche lei era stata colpita in profondità e alternava alle frasi lunghi silenzi: «È come una guerra, mettetevi in salvo».
Nessuno commentava, tranne un pensionato con i calzoni arrotolati al ginocchio che ha detto una parola, una parola che non è una parolaccia e che qui a Genova vuol dire tutto: belin. Si potrebbe continuare con il bollettino del disastro: l’autostrada allagata, l’aeroporto chiuso, i 454 mm d’acqua caduti sulla città, gli evacuati, lo stadio De Ferraris inagibile dove è stata rinviata la partita Genoa-Inter di domenica. Si potrebbero tirare fuori le solite polemiche che seguono a ogni alluvione, l’urbanizzazione selvaggia lungo gli argini dei torrenti, i boschi abbandonati a se stessi, i tombini intasati. Tutto vero, tutto giusto ma alla fine sono soltanto particolari. Che nulla valgono rispetto al silenzio che venerdì  regnava a Genova.

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