Il coding nel libro Il Codice delle agazzeAlessandra Spada, già autrice di “Faccio quello che posso” (Demetra), ha pubblicato con SolferinoIl codice delle ragazze” un romanzo divertente e ricco di spunti, che si rivolge ai ragazzi. E racconta tutti i lati positivi della tecnologia.

La storia

Protagoniste sono quattro ragazze di 13 anni che vivono un’estate insieme al CRAC, il Centro di Ricerche Avanzate in Coding creativo, un luogo all’avanguardia, un campus dove si impara il coding, (a proposito… voi sapete cos’è?) ma dove le amiche troveranno molto di più. Avranno l’occasione di conoscere meglio se stesse e le proprie potenzialità, di crescere e di ritrovarsi, al momento della partenza, dopo qualche settimana, con qualcosa in più.

Ecco cosa ci racconta Alessandra

Cosa ne sapevi di coding? Hai dovuto studiare?

Alessandra Spada
Alessandra Spada

Un po’ sì, ho studiato, ma qualcosa già ne sapevo. L’approccio alla tecnologia faceva già parte del mio mestiere di architetto. E ormai la tecnologia è imprescindibile per tutti, non solo per i ragazzi. Ho cercato di dare anche qualche consiglio sul rapporto tra ragazzi e tecnologia. I tre principi del CRAC possono sembrare banali, ma è importante tenerli presenti quando ci si confronta con questo mondo:
1. Pensare con la propria testa
2. Seguire l’intuizione
3.Usare la tecnologia, non lasciarsi usare.
E poi mi interessava mettere in luca anche il lato creativo della tecnologia, la possibilità che ci offre di collegare, di dare una visione di insieme. Pensiero computazionale significa anche logica, capacità organizzativa. È proprio un modo di ragionare e di pensare, che non implica per forza lo stare sempre davanti a uno schermo, ma anzi un continuo passaggio dallo schermo al mondo reale.

Alla fine del libro c’è l’intervista che hai fatto a Valeria Cagnina, una ragazza che ha costruito il suo primo robot a soli 11 anni. Come l’hai conosciuta?
Avevo letto, prima di mettermi a scrivere il Codice, una lettera di sua mamma al giornale locale mentre ero in montagna in Piemonte. Sua mamma raccontava che Valeria era stata costretta a fare la maturità da privatista a causa delle molte assenze da scuola. Peccato che quelle assenze le facesse per andare in posti tipo, che so, il MIT di Boston. Mi sono incuriosita, ho trovato il blog della sua mamma e poi ho incontrato Valeria. È una ragazza di grande grinta e il suo messaggio è molto bello: “Siate coraggiose e determinate, insistete, non vi scoraggiate davanti a una sconfitta. Se una cosa vi interessa fate ricerche, non abbiate vergogna di scrivere alle persone che se ne occupano, siate curiose. Niente è impossibile”.

Il bello del coding e dintorni

“Dopo l’intervista alla giovanissima Valeria ho voluto farmi raccontare del loro lavoro anche da Federica Pascotto e Giovanna Hirsch, da due donne più grandi, fondatrici di Art Stories, una piccola impresa che sviluppa app educative che raccontano ai bambini le bellezze dell’arte, della storia e  all’architettura. Mi piace mettere in luce l’aspetto creativo della tecnologia, che può anche essere un acceleratore potente di processi diversi e dare una mano, per esempio, al miglioramento della considerazione del ruolo femminile nella nostra società”.

Qual è il personaggio de “Il codice delle ragazze” più simile a te?

“Ho messo un pizzico di me in ciascuna delle protagoniste, e poi in tutte ci sono le tante ragazze che ho incontrato nella mia vita: le mie amiche di ragazzina e quelle che sto vedendo crescere adesso. Amo molto il personaggio di Nina, una ragazza bellissima e di colore, italiana, ma dal forte accento romanesco: insomma, un mix che può sembrare strano, ma per il quale ho invece preso spunto da realtà che conosco direttamente e che sono sempre più comuni.

Secondo te, quanto sono diverse le ragazze di oggi dalle ragazze che siamo state noi mamme?

“Sai, quando incontri un’adolescente oggi ti sembra quasi respingente, la percepisci come lontanissima da noi, tutto ci pare anticipato: già alle medie sono
truccate e più adulte di quanto fossimo noi. Ma, oltre alla superficie, secondo me molto pilotata dai media e dal mondo adulto, si trovano gli stessi dubbi, le stesse insicurezze e le stesse emozioni che appartenevano a noi. Io infatti ho voluto mantenere l’innocenza dei miei personaggi. Anche quando ho accennato all’amore, ho voluto descrivere quel momento tenero, in cui tutto è possibile, ma ancora non accade nulla. Ho voluto regalare a chi mi leggerà un modello diverso, lontano da certe storture imposte dal mondo adulto, che vogliono le ragazzine provocanti e ammiccanti. Penso che non per forza tutto debba essere sempre estremo, forte, esagerato”.

[Giuliana Arena per Mamme a Milano]

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