Il racconto. La battaglia della pleura

di Carlo Piano

Li avvistarono dalla ridotta più avanzata, quella che guardava alla pleura sinistra. La sentinella diede l’allarme che ormai quella moltitudine di guerrieri, mille forse il doppio o il triplo, si stava facendo sempre più sotto alle mura del plesso brachialeSollevavano un gran polverone, erano una torma che pareva sconfinata, come il capitano Rossi non ne aveva mai visto nella sua lunga carriera sotto le insegne degli anticorpi. Neppure nelle campagne vittoriose che aveva condotto, a capo del reggimento dei globuli, contro le invasioni del morbillo, della pertosse e di altri malanni innominabili.

Spavaldo e ben armato

Nessun nemico si era mai presentato così forte, spavaldo e bene armato. Il tenente Bianchi dalla postazione di vedetta, sulla sommità del lobulo polmonare destro, scrutava con il cannocchiale i cavalieri farsi avanti al galoppo su infernali ronzini dal manto di pece, seguiti da carri che già innalzavano le scale pregustando l’assedio e da cannoni con bocche larghe quanto una vena. Infine la fanteria chiudeva quella mortifera carovana, schierata a ranghi serrati per l’assalto finale alla fortezza dei polmoni. Indossavano spaventosi elmi coronati da punte rosse, brandivano sciabole grondanti sangue e dimenavano lunghe lance avvelenate. Le canne dei loro fucili risplendevano terrificanti, sotto il sole impietoso delle cavità pleuriche.

La sortita a sorpresa

Il capitano Rossi, paladino della nobile schiatta degli eritrociti, si consultò febbrilmente con il tenente, a sua volta campione dei leucociti che si era distinto per valore e coraggio in tante battaglie. Convennero che non era possibile reggere a lungo l’accerchiamento. Il numero dei nemici li soverchiava, non c’erano scorte sufficienti e anche le munizioni scarseggiavano. «Mio fidato Bianchi, non ci resta che tentare una sortita a sorpresa. Sperando nell’aiuto di qualche bravo medico e confidando nel buon Dio» dichiarò il capitano, imbracciando la micidiale mitragliatrice automatica. Con quella aveva sterminato virus in ogni angolo dell’organismo.

L’armata nemica

L’ennesima guerra, la più dura di tutte, stava per avere inizio nel reparto di terapia intensiva di un nosocomio genovese. Si diceva che l’armata nemica provenisse dalle remote steppe asiatiche e che avesse marciato senza sosta dalla trachea lungo tutto il sistema respiratorio, seminando lutto e distruzione. Ma non era certo. Forse erano barbari del nord, cosacchi, mongoli o tartari. Una incontrollabile voce voleva che quei malefici virioni discendessero direttamente dai pipistrelli. Ciò che si sapeva, senza ombra di dubbio, è che avevano forgiato un esercito dalla nomea invincibile e che miravano a conquistare l’intero corpo. Incatenarlo in una teca ventilata artificialmente, torturarlo con cure sperimentali e quindi sopprimerlo tra i tormenti. Sul loro cammino lasciavano solo morte e rovine, non facevano prigionieri e tantomeno accettavano la bandiera bianca, come avrebbero imposto i trattati internazionali in materia bellica.

Le turbe coronate

Le turbe coronate già si preparavano a scalare i bastioni, lanciando corde arpionate e irripetibili urla di guerra. Quando, d’improvviso, si spalancarono le porte della fortezza dei globuli che uscirono, impavidi, correndo al rombo dei tamburi: «Avanti miei prodi, facciamo vedere chi siamo» li esortava Rossi con la spada issata al cielo.  Sciabolavano chiunque incontrassero sul percorso e da dietro i fucilieri scaricavano gragnuole sui virioni che, dopo un primo attimo di smarrimento, risposero al fuoco con altrettanta veemenza. Le pallottole fischiavano e i bronchi si riempirono di un fumo così denso che invano i colpi di tosse tentavano di diradare.

Contro i virioni

Il tenente Bianchi, incitando i suoi, si gettò a capofitto nella mischia sferrando letali fendenti contro chi gli veniva a tiro. Quindi si girava per irrompere in un altro duello e soccorrere i compagni in difficoltà. Incurante del pericolo, con un solo guizzo di lancia trafisse tre virioni e un quarto disarcionò dal destriero. Stava per affondare l’asta nella sua corazza di glicoproteine rosse, quando sopraggiunse un coronato che lo colpì mortalmente al collo con una vile pugnalata alle spalle.  Il tenente rese l’anima al cielo scandendo queste toccanti parole: «Fratelli addio, falcidiateli e che eterna sia la gloria immunitaria». Udendole gli anticorpi superstiti moltiplicarono le forze e, in preda alla brama di vendetta, si aprirono la strada verso i cannonieri infrattati al riparo dei bronchioli e giustiziarono dozzine di nemici.

Tre giorni e tre notti

Il campo di battaglia era disseminato di cadaveri, giacevano a terra esamini molti dei nostri ma anche il sangue dei virioni era scorso, in grande quantità, sulla distesa alveolare. Il nemico indietreggiava ma poi, rinfrancato dal tuonare fitto delle loro bombarde, si rilanciava indomito alla carica. I lamenti delle cellule polmonari moribonde saturavano l’intero torace risalendo fino all’esofago. Chi avesse accostato l’orecchio alla bocca dell’organismo avrebbe potuto sentirli. La battaglia infuriò per tre giorni e tre notti. Mai arrivarono i rinforzi promessi da parte dei medici che, poveretti, stavano cercando disperatamente un’arma segreta per sconfiggere i virioni. Ma ci voleva tempo e così i globuli, ormai dimezzati, dovettero resistere contando esclusivamente sulle proprie forze. Si batterono come leoni lungo la trincea dei bronchi lobulari, difesero strenuamente l’epitelio anche se molti cadevano alla stregua di birilli sotto il fuoco virale. Da ogni parte si alzava il crepitio delle armi. Un bravo globulo, tre volte
ferito e zoppicante, distribuiva mazzate alla cieca e continuò fino al sommo sacrificio. Ovunque, nella vallata capillare, rosseggiavano torrenti di sangue.

Il galateo militare

Lo stesso capitano Rossi, che fino a quel momento era rimasto nelle retrovie tracheali per disporre ordini e strategie, si buttò anima e corpo nella battaglia brandendo il micidiale schioppo automatico: «Non ci piegherete, grande sarà la sciagura per chi osa accattarci» urlava e sparava, sparava e urlava ancora. Ne abbatté a decine mitragliando raffiche contro qualsiasi virione respirasse. Ne ricacciò indietro una schiera che tentava di dare fuoco alle cellule pneumociti. Ma quando dovette ricaricare in cinque gli piombarono addosso, secondo l’uso sleale dei coronati che avevano in spregio il galateo militare. Riuscì ancora ad avvertire una fitta lancinante alla nuca e si accasciò privo di sensi, mentre il mondo intorno a lui si spegneva.

Si riaccese solo giorni dopo il capitano Rossi, svegliandosi in una corsia d’ospedale con la testa fasciata, dolorante e completamente confusa. Accanto, in quello stanzone disadorno, sedeva al suo capezzale il fedele attendente Verdi. «Dove mi trovo? Cosa è successo? Che fine ha fatto l’audace Bianchi?» chiese Rossi. «Bianchi riposa tra le braccia delle immunoglobuline nel paradiso dei vaccini. Ma abbiamo vinto, mio capitano» rispose Verdi con un mesto sorriso.

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