Coronavirus? #ilnonnoracconta

Pronto? #ilnonnoracconta

Molti di voi in questo periodo non possono vedere i nonni. È un bel sacrificio!  Però dovete sapere  che lo state facendo per il loro bene. Per una volta siete voi,  ragazzi, che li state proteggendo.

Quante volte sono stati il nonno e la nonna a prendersi cura di voi? Portandovi a giocare al parco, preparando qualcosa di buono da mangiare e coprendovi magari di vizi?

Adesso, non stando con loro, parlandoci solo da lontano, o per telefono siete voi a ed essere i loro super eroi! Perchè per le persone più anziane questo virus è più pericoloso. 

Però potete sentirli per telefono! Una telefonata, magari più lunga del solito può fare bene a voi e sicuramente fa benissimo a loro.

E allora #ilnonnoracconta!

Fatevi raccontare una storia. Un’ avventura del loro passato, per esempio. Qualcuno di loro avrà sicuramente vissuto la guerra e tutto questo stare in casa li avrà riportati con la mente a quel periodo.

Fatevi raccontare come ne sono usciti. Come vivevano le loro paure e come le hanno vinte?  Erano bambini o ragazzi a quel tempo, proprio come voi.  Vedrete che il tempo passerà via veloce…

Allora ecco #ilnonnoracconta con le Storie di nonno Franco (Coppetti).

Cominciamo con la prima, il “Coprifuoco”. 

IL COPRIFUOCO (di nonno Franco)
© vietata la riproduzione anche parziale

Da giorni con un decreto del governo siamo tutti costretti a non lasciare le nostre abitazioni. Sembra di essere tornati nel lontano 1944/45 quando per effetto della guerra il “coprifuoco” ti costringeva a rimanere “rintanato” ognuno nella propria abitazione o negli improvvisati rifugi.

Allora il pericolo era quello delle incursioni aeree e di morire sotto le loro micidiali bombe, oggi il pericolo viene da un invisibile morbo il “coronavirus che senza fare tanto rumore miete innumerevoli vittime.

In questo isolamento, con i “bollettini di guerra” che quotidianamente ti aggiornano su questa improvvisa immane tragedia, viene spontaneo riassumere i tanti momenti di vita passata con gioia o tristezza nei nostri anni di vita. Ma oggi è una bellissima giornata di sole. Sono seduto su un alto scalino del giardino di casa. Il leggero calore del sole ed il profumo di una primavera in arrivo mi coccola in un piacevole dormiveglia e mi fa rivivere, quasi come un sogno tanti ricordi, e rivedo con estrema lucidità quegli anni, anno 1946, anno del dopo guerra.

Sono tornato di nuovo nella mia vecchia scuola elementare Giovanni Boccaccio a Firenze e ho ancora il mio vecchio, caro maestro Zecchi. Ricordo che tra le materie d’insegnamento è stata finalmente abolita quella di “Cultura fascista” e tra le canzoni patriottiche non cantiamo più “Giovinezza, giovinezza primavera di bellezza” ma al suo posto cantiamo “L’inno di Mameli” “Fratelli d’Italia l’Italia s’è desta” e speriamo che rimanga sveglia e sveglia bene per non farsi “abbindolare” nuovamente da qualche chiacchierone.

Il maestro ci ha parlato e fatto scrivere sul quaderno qualche articolo della nuova Costituzione italiana. Il primo ha particolarmente sollecitato le nostre osservazioni: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Il lavoro che è, dopo la guerra e tante tragedie, la speranza di tante famiglie.

L’aula è sempre la stessa. Aula al primo ed ultimo piano della vecchia ex importante villa ottocentesca con quell’impiantito di mattonelle di terracotta alquanto malandato per il continuo calpestìo delle nostre scarpe chiodate. Perchè dovete sapere che ai miei tempi era cura dei nostri genitori, quando il calzolaio faceva su misura l’unico paio di scarpe che sarebbe servito per tutte le stagioni, ordinare di mettere a difesa della suola di cuoio tanti  chiodi di ferro.  Così salvavi le scarpe ma il pavimento e le scale, che fossero di legno o altro venivano costantemente “arrotati” e messi a dura prova dal passaggio delle scarpe di agitati ragazzini.

Alla parete bianca di calce è ancora appesa una grande carta geografica dove poco tempo prima il maestro ci indicava, durante la guerra, i territori conquistati o persi dai nostri soldati. Nell’angolo della stanza sempre quella stufa di terracotta alimentata d’inverno dai pezzi di legno che ognuno di noi porta ancora nella cartella. Una  cartella di cartone pressato con dentro un quaderno ad un rigo ed uno a quadretti oltre ad un libro ed un astuccio di legno con vari pennini ed una penna con un pennino a forma di foglia. Pennino che immerso nel calamaio di porcellana, situato sul proprio banchino, ti permetteva di scrivere fino a quando, se usato con poca attenzione, non ti produceva maledette macchie d’inchiostro che ti costringevano a cambiare pagina con qualche
“scapaccione”.

(continua…)

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