Alle 9.02 del 16 marzo 1978 un commando di  terroristi delle Brigate Rosse rapisce – sotto la sua casa romana in via Fani, all’incrocio con via Stresa – il presidente del partito della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.
Tutta la sua scorta viene uccisa: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.  Aldo Moro viene rapito.

Chi erano le Brigate Rosse.


Era un’organizzazione di terroristi, estremista di sinistra, che a partire dal 1970 aveva scelto la lotta armata contro lo Stato uccidendo, organizzando rapimenti e gambizzazioni, cioè sparando alle gambe di quelle persone ritenute rappresentanti di quel potere politico che loro contestavano.

Perché fu rapito

L’assalto avviene in un giorno  particolare: il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, sta per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia. E per la prima volta nella storia a sostenere quel governo c’è anche il partito comunista.
Ed era stato proprio Aldo Moro a creare le condizioni per quello che fu definito il “Compromesso storico“.

Dopo la rivendicazione del rapimento da parte delle Brigate Rosse con un messaggio all’agenzia di stampa Ansa l’Italia intera si blocca sotto choc. Gli uffici si chiudono, i genitori vanno a prendere i propri figli a scuola. I vostri genitori avevano più o meno la vostra età, a quell’epoca. Per loro è stato come per voi l’attacco alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2011.

Il sequestro dura 55 giorni.

La mattina del 9 maggio una telefonata mette fine alle speranze. In via Caetani, dietro Botteghe Oscure (che era la sede del Pci) e vicino a piazza del Gesù (sede della Dc), viene fatta trovare una Renault 4 rossa con il corpo del politico nel portabagagli.

Le ricerche.

Per la ricerca di Aldo Moro vennero impiegati 172mila uomini tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6mila posti di blocco e 7mila perquisizioni domiciliari controllando in totale 167mila persone e 96mila autovetture. Secondo la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro, la punta più alta dell’attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza. Sergio Flamigni, scrittore, parlamentare del Pci e membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze”.

Niente trattative.

I partiti reagirono dividendosi tra coloro che volevano trattare con i brigatisti e quelli che invece seguivano la linea della fermezza. E tra questi ultimi si schiera anche il partito di Aldo Moro, la Dc. Di fatto Dc e Pci decidono che non ci sarà nessuna trattativa.

La lettera del papa.

Il Papa Paolo VI, amico personale di Moro scrive una lettera per chiedere la liberazione di Aldo Moro: “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse – si legge nella lettera rivolta ai terroristi – restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Aldo Moro, uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile”. E ancora: “E vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”.

Le lettere di Aldo Moro alla moglie.

Dalla sua prigionia Aldo Moro scrisse delle lettere alla moglie. Cominciavano sempre con “Mia dolcissima Noretta… ed in una di queste scrive: “sono stato ucciso tre volte, per insufficiente protezione, per rifiuto della trattativa, per la politica inconcludente”

Per saperne di più…

La Repubblica –  Anniversario rapimento Aldo Moro 

Huffington Post – Quel giorno tutto sembrava perduto

Vanity Fair – Aldo Moro 40 anni dopo 

 

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