1 maggio, ancora troppi i bambini che lavorano

Il 1 maggio si festeggia il lavoro. È l’occasione per ricordare che nel mondo ci sono ancora 152 milioni di bambini costretti a lavorare. Sono i dati diffusi  in occasione della Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile (il 12 giugno 2020), dall’Unicef.

Troppi bambini lavorano

Nel mondo ci sono 152 milioni di bambini – 64 milioni di bambine e 88 milioni di bambini, pari a un decimo della popolazione infantile globale – coinvolti in qualche forma di lavoro minorile.

Fra loro, 72 milioni sono coinvolti in lavori classificati come pericolosi; proporzione che aumenta nelle regioni più povere del pianeta, dove oltre un quarto dei bambini lavora.

«Sono ancora troppi i bambini privati della loro infanzia, vittime, loro malgrado, di una realtà spietata che li costringe a diventare improvvisamente adulti e li espone a gravi pericoli» ha detto Francesco Samengo, presidente dell’Unicef Italia.

Nelle sue forme peggiori, il lavoro minorile può tramutarsi in schiavitù, sfruttamento sessuale e avere persino effetti letali.

Che lavoro fanno i bambini?

Soprattutto (ma non  solo) lavori nell’agricoltura.  15,5 milioni (soprattutto bambine) invece di studiare svolgono lavori domestici, 60 milioni  sono impiegati nel settore dell’abbigliamento e delle calzature. 

lavoro minorile
Ritu (foto da Terre des Hommes)

Secondo l’Unesco, con la chiusura delle scuole, a maggio 365 milioni di bambini sono rimasti privi dell’unico pasto che avevano al giorno.  A giugno scorso l’associazione Terre des Hommes ha raccontato la storia di Ritu, 12 anni. Suo padre faceva lo spazzino ma aveva perso il lavoro a causa del lockdown e così le ha trovato un lavoro come domestica a circa 12 euro la settimana (1200 rupie). Ritu, prima del Covid, andava a scuola a scuola insieme ai suoi due fratelli in una baraccopoli della città di Davanagere, in India. Ma ha smesso per andare a lavorare anche se questo lavoro è illegale, sia a causa del coprifuoco, sia perché in India non si può lavorare fino all’età di 14 anni.

E in Italia?

A leggere queste storie e tutti questi numeri penserete che si tratta di cose che succedono sempre molto lontano da voi. Eppure anche in Italia il lavoro minorile non è ancora scomparso.

È vietato dal 1967, ma è un fenomeno che la pandemia, le scuole chiuse e l’allargamento delle aree di povertà ad essa dovute, rischia di aggravare. Come riporta l’agenzia AdnKronos purtroppo ci sono anche pochi dati e quindi poche ricerche.

I dati in Italia

Ci sono i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che riguardano le sanzioni per la violazione della legge: nel 2019 sono state 243, ma a breve uscirà l’aggiornamento sul 2020. ma naturalmente sono la punta di un iceberg che rimane per la gran parte sommerso.

Gli ultimi dati di fonte attendibile risalgono al 2013 e sono quelli di una ricerca condotta dalla Fondazione Di Vittorio e da Save the Children, in collaborazione con l’Istat, che ha mappato in Italia una stima di 340.000 minori al di sotto dei 16 anni occupati illegalmente, vale a dire il 7% della popolazione in età di lavoro. Sono baby sitter, aiuto camerieri, baristi, giovani braccianti o manovali, dice l’indagine dopo la quale non è stato fatto più niente. Un vuoto statistico che andrebbe colmato per dare a questo fenomeno le risposte legislative e sociali che merita.

2 su 3 dei 14-15enni con una qualche esperienza di lavoro sono maschi (il rischio è minore per le bambine), e il 7% è di nazionalità straniera. Quasi 3 ragazzi su 4 lavorano per la famiglia, aiutano i genitori nelle loro attività professionali nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare (41%) oppure sostenendoli nei lavori di casa. Il restante 29% lavorano per i parenti o gli amici  oppure per altre persone.

L’abbandono della scuola

Purtroppo questi numeri vanno messi accanto ad altri numeri, come ha fatto notare la curatrice della ricerca Anna Teselli:  «la dispersione scolastica, di cui l’Italia purtroppo detiene il più alto tasso in Europa, e il lavoro precoce. Nonostante in Italia ci sia l’obbligo scolastico a 16 anni, di fatto molti si fermano alle scuole medie: la maggior parte degli abbandoni scolastici avviene nei due anni successivi alla licenzia media. Ancora non siamo riusciti a colmare questo vulnus e a rendere reale l’obbligo a 16 anni».


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